La tortura psicologica, il cui uso in Birmania è notevolmente aumentato nel corso degli anni, lascia cicatrici che guariscono raramente e uno stato di angoscia che dura tutta la vita e per il quale non esiste cura. Durante gli interrogatori e la detenzione, le autorità minacciano costantemente i prigionieri, rimarcando la loro facoltà non solo di interrompere le visite dei familiari o prolungare il periodo di detenzione, ma anche di picchiarli, violentarli e persino ucciderli. Altre volte minacciano di imprigionare o far del male ai loro parenti, amici e colleghi. Di tutti gli abusi subiti danno la colpa alle vittime stesse, a cui viene detto che sono torturate perché non rispondono adeguatamente agli interrogatori.
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