Il fine giustifica il mezzo? Lo stupro piace al regime

L’articolo 27 della Quarta Convenzione di Ginevra del 1949 precisa che: “Le persone hanno diritto, in ogni circostanza, al rispetto della loro personalità, del loro onore, dei loro diritti familiari, delle loro convinzioni e pratiche religiose, delle loro consuetudini e dei loro costumi. Esse saranno trattate sempre con umanità e protette, in particolare, contro qualsiasi atto di violenza o d’intimidazione, contro gli insulti e la pubblica curiosità. Le donne saranno specialmente protette contro qualsiasi offesa al loro onore e, in particolare, contro lo stupro, la coercizione alla prostituzione e qualsiasi offesa al loro pudore…” (1) Il problema non riguarda quindi la legge ma il fatto di rispettarla. In primo luogo, secondo il diritto internazionale, tali crimini sono perseguibili solo all’interno dello stato in cui sono stati commessi e non possono essere devoluti ad un tribunale internazionale. Cosa fare allora quando il mandante è il governo stesso? Per dirla con le parole di Naw Zipporah Sein, non resta che inseguire “Il sogno di una vita senza guerra”. La segretaria generale per la Karen Women’s Organization, che dal 1995 vive in un campo di rifugiati in Tailandia, così racconta: “L’esercito birmano controlla le nostre regioni attraverso il lavoro forzato, i rapimenti, le torture, le uccisioni e la distruzione dei nostri beni. Vengono distrutti campi, risaie e interi villaggi. I contadini vengono picchiati sistematicamente e le donne rapite e uccise impunemente. I rapimenti da parte dei soldati birmani sono un’arma tanto popolare in questi attacchi violenti che, come donne, siamo diventate l’obiettivo della guerra” (*) (2).

continua…

http://www.4burma.org/contStd.asp?lang=it&idPag=439

Leave a Reply