La tortura, fisica e psicologica, è ampiamente in uso nelle carceri birmane ed è mirata a spezzare la volontà dei prigionieri, umiliandoli e privandoli di ogni dignità umana. Grazie alla testimonianza degli ex reclusi è stato possibile per l’Occidente venire a conoscenza degli abusi praticati ai danni dei detenuti, per la maggior parte politici. La restrizione dei movimenti del prigioniero tramite manette, corde e ceppi, è di per sé un tipo di punizione. I ceppi arrivano a pesare anche 6 chili, rendendo la deambulazione molto difficoltosa e dolorosa. Sono usati sempre durante la detenzione in isolamento, abbinati ad altre forme di tortura. I prigionieri possono anche venire legati a sedie, tavole o alle sbarre della prigione e costretti a rimanere in questa condizione per molte ore.
La tortura più comune è il pestaggio, che spesso si interrompe solo quando la vittima perde conoscenza: pugni, calci, schiaffi, ginocchiate e colpi inferti con una svariata gamma di “ausili”, come bastoni di legno o di gomma, manganelli, il calcio dei fucili, canne di bambù e tubi di plastica. In realtà qualsiasi oggetto può essere adatto: libri pesanti, gambe di sedie, manici di scopa, sandali, cinture e altri oggetti di uso comune. Nessuna parte del corpo del prigioniero viene risparmiata, compresa la testa, e di solito, per aumentare il dolore, si colpiscono punti in cui la vittima è già stata ferita.
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http://www.4burma.org/contStd.asp?lang=it&idPag=474
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